. martedì, 24 novembre 2009 . 10:59 .


PANZA DELLA CULTURA
Gaffeur, esoso e ripetitivo. A che serve oggi Moore?
di Luca Mastrantonio
PARABOLE. Dopo il trionfo di “Fahrenheit 9/11”, il regista americano è in caduta libera. Il flop “Capitalism”, le interviste da 2mila euro, le figuracce con Chávez. Oggi, nell'era Obama, Michael non ha più nulla da dire.
Brutta annata per Michael Moore (anti)capitalista. Il fustigatore dei potenti, il documentarista implacabile, la star planetaria delle cause giuste, ha fatto un tonfo clamoroso al box office. Negli Stati Uniti Capitalism. A love story ad oggi, dopo un mese e mezzo di programmazione, ha incassato solo 14 milioni di dollari, poco più di 10 milioni di euro e, dunque, meno di quanto, solo in Italia, ha fatto Up. Negli States Capitalism è stato violentemente attaccato, ovviamente, dal Wall Street Journal, ma la risposta del pubblico, del mercato – finché alla democrazia del capitalismo non si sostituirà il socialismo, dove i film sono precettati dallo Stato – è stata una bocciatura netta. Moore, intanto, ha rivelato di volersi fermare con i documentari per un po’. Ha scritto una commedia e un giallo. L’impressione è che un conto è criticare la politica estera di Bush o raccontare la malasanità pubblica, altro discorso è attaccare il cuore del sistema economico e sociale americano, basato sul capitalismo. Non facendo sconti a nessuno. Tranne che a se stesso.
Il film, infatti, è stato prodotto e distribuito con grandi gruppi, dalla Paramount Pictures, fino alla Overture Films di John Malone, «un capitalista di prima categoria in odore di monopolismo», che ha co-finanziato e distribuito il film. La Overture Films è una divisione del conglomerato Liberty Media controllato dal miliardario Malone, che «non è un capitalista come tanti altri, è uno dei più spietati imprenditori d’America, un proverbiale mastino del business, un nemico dichiarato dell'ingerenza dello Stato nel settore privato, è il Darth Vader della finanza secondo la definizione dell'ex-vicepresidente Al Gore». Da buon capitalista, prevedeva il Sole24ore, «ha messo i soldi in un film d’attualità che in questo periodo di indignazione collettiva contro i finanzieri e i capitani d’industria dovrebbe fruttare bene. E Michael Moore da buon anticapitalista non li ha rifiutati». Moore sosteneva che fare un film contro il capitalismo con i soldi dei capitalisti è sostenibile perché intanto si dà lavoro. Ma devi andare bene, al botteghino. Ma la disaffezione verso Moore forse è più diffusa di quanto possa sembrare. In fondo, l’opera d’apertura del primo festival di Nanni Moretti, a Torino un paio di anni fa, era il documentario di due ex fan di Moore, due canadesi che seguendolo passo passo hanno scoperto le magagne, le furberie e le manipolazioni della realtà che Moore effettua nei suoi documentari. Persino nei primi due, i più efficaci, Roger and Me e Bowling a Columbine. Dopo, Moore fece il botto, a Cannes e nel mondo, con Fahrenheit 9/11, opera che l’ha consacrato quale guru mondiale della docu-dietrologia, del cine-giustizialismo. Una poetica dove un’omissione è un’accusa e due indizi fanno una condanna. Un atto politicamente efficace, visti gli errori dell’amministrazione Bush e il conseguente cambio di rotta americana, ma portato avanti con una faziosità sconcertante. A seguire, Sicko, che ha iniziato a registrare un pubblico più tiepido. Fino all’attesissimo Capitalism, presentato in pompa magna a Venezia. In concorso, ma mai in gara davvero. La giuria non l’ha menzionato.
Anche il pubblico italiano sta snobbando Moore, nonostante una copertura mediatica assai ampia, grazie al traino di Venezia e non solo. Nel primo weekend di uscita, Capitalism è rimasto fuori dalla top ten, fermandosi a miseri 146.216 euro. Spalmati sui 100 schermi d’esordio, sono una media inferiore ai 1.500 euro per schermo. La mancata luna di miele per quanto continuerà? Si può fare qualcosa? C’ha provato Lucia Annunziata, con la sua mezz’ora su RaiTre, dove Moore ha attaccato Berlusconi e fatto solo un milione 359mila telespettatori, il 7% di share, un dato abbastanza basso per la Annunziata. Infatti, non si sono risollevate le sorti al box office. Moore sta arrancando sui 300mila euro. D’altronde, a proposito di Berlusconi, Moore andando via dalla mostra ha regalato al direttore Marco Mueller un cappellino del Milan, con il bigliettino “You are the best team”. Non sapeva che il Milan fosse di Berlusconi e al Lido non aveva trovato un cappellino da baseball.

Forse è proprio Venezia che ha portato male a Moore, con un paio di brutte figure. La prima, durante l’incontro stampa con Variety, in inglese non tradotto nonostante il patrocinio dell’Istituto luce che fu italianissimo e, con i suoi cinegiornali, ben si sposa con le opere di Moore, i suoi cinedocumentari dove quello che non torna è manipolato attraverso scene ricostruite, montate in maniera tendenziosa e, soprattutto, la voce fuoricampo orienta la lettura delle immagini. All’incontro, c’erano bodyguard che filtravano energicamente gli ingressi in sale. Qui, alcuni giornalisti stranieri hanno rivelato di aver pagato per avere delle interviste. In particolare, un giornalista tedesco ha parlato di duemila euro, richiesti dalla distribuzione tedesca, per poter sedere a un tavolo di interviste con il regista. Moore ha detto di non saperne niente, e probabilmente è così. Ma vista l’importanza che Moore dà sempre all’aspetto etico di ogni impresa, e applicando il ragionamento dietologico del “non poteva non sapere”, la notizia si sposa male con l’idea di un Moore duro e puro. E della sua factory, visto il giro di soldi dei libri e delle opere di Moore.

Sempre a Venezia, inoltre, Moore ha avuto un incontro galeotto, politicamente, con Hugo Chávez., come ha raccontato al Jimmy Kimmel Show, salotto tv della rete americana Abc. Da buoni rappresentanti della gauche caviar, in versione veneziana dunque di baccalà mantecato, le due corpulente icone della sinistra alternativa, antagonista, no-global – per usare parole viete che i due hanno cavalcato – erano tutti e due nell’esclusivo Hotel Des Bains. Il caudillo venezuelano era a Venezia nei panni di protagonista assoluto del documentario – anche qui, parola da usare con molte precauzioni, perché più simile ad un’opera di propaganda – di Oliver Stone sul sudamerica che svolta a sinistra, grazie proprio a Hugo. In fondo sono state le due star “politiche” più fotografate. Attorno alle due di notte, Moore e consorte protestano per la cagnara che proviene dal piano di sopra e scoprono che c’è Chávez. Quando si incontrano, si scolano una bottiglia e mezzo di tequila, dopo la quale farneticano, ormai sbronzi, del discorso che Chávez doveva tenere all’Onu. «Come minimo – ride Moore agitando la pancia - adesso il “ragazzo” mi deve un anno di benzina gratis». Dall’entourage chavista gelo e imbarazzo. In Venezuela l’alcolismo è un problema serio, viene combattuto dal governo. Così la Golinger, avvocatessa americana che ha sposato la causa chavista, ha definito Moore «codardo», «il peggiore tra i giornalisti da strapazzo», «bugiardo e menestrello del grande schermo».
Ma tutto questo non può spiegare il flop di Moore. Ormai appare per quello che forse era: una Cassandra ex post, perché il suo merito, la sua “preveggenza”, è sempre stata quello di denunciare quello che non va, i conti che non tornano, senza proporre alternative costruttive. Tranne un caso, per esempio, di Sicko, documentario di denuncia contro la sanità privata americana ed elogio di quella cubana, la sanità pubblica e gratuita. Quella denuncia si è avverata con la riforma sanitaria storica voluta da Obama. Fin quando c’era Bush, Moore aveva molto lavoro e credibilità, molto consenso, un ruolo chiaro. La spina nel fianco. Con Obama è diverso, lo si nota di meno e, piuttosto, il pubblico sembra essersi evoluto. Non gli basta il compitino, anche ben fatto, come Capitalism, in cui vengono messe in fila notizie e provocazioni che non c’è bisogno di vedere in un documentario di Moore. Il sistema dell’informazione è sempre più situazionista, i media alternativi forniscono molto materiale, spesso non verificato e molto fazioso, su tematiche scomode, dunque Moore è meno necessario. Moore fa satira, parodia, contro-informazione, opposizione. Ora, con Obama al governo, il ritiro dai fronti di guerra più discussi, una campagna di moralizzazione del capitalismo, Moore a che serve? Cosa dice di nuovo? Peccato la figuraccia con Chávez, perché in Venezuela di cose che non vanno ce ne sarebbero tante da raccontare. Ma bisogna avere gli occhi per vederle. Quelli che Stone non ha avuto e, forse, Moore, a Venezia, si è annebbiato nella tequila.
(da “il Riformista”)


Fronte, anzi panza, della cultura. Gente di spessore, specie di profilo. Ho sempre pensato che per quelli come Moore (e anche per certi epigoni italiani), la rivoluzione comincia dal sapone. Dovrebbe, almeno. Quanto alla versione canadese e birignao, Naomi Klein, lo sapevate che, per diretta ammissione, compera solo capi firmati ma poi taglia via le etichette? A fare la rivoluzione griffati Dolce & Gabbana, la rivoluzione al Grand Hotel, son buoni tutti. Anzi, no, son buoni Moore e Naomi. Che, in un certo senso, è peggio dell'altra Naomi, quella bella, e pure di Noemi. Che almeno, sul papi non ci sputava - mdp


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. sabato, 21 novembre 2009 . 11:10 .


PRESCRIZIONE BREVE, TANTO RUMOR PER NULLA
Certo, che è un regalo che Berlusconi fa a se stesso (e a mezzo Parlamento, per andarci stretti). Certo, che il processo breve nasce con le peggiori intenzioni. Fatto sta che queste intenzioni sono nobilitate, si fa per dire, dallo stato catastrofico della macchina giudiziaria, ormai alla narcosi autoindotta. Il dramma è diventato un alibi sul quale tutti campano: in vent'anni di cronaca giudiziaria ho visto puntuali rinvii apocalittici, a cinque, a dieci anni con oscena allegria di tutte le parti in causa: il giudice che le sanciva, il pubblico ministero, gli avvocati (il cui guadagno si proietta in progressione esponenziale). Certo, qualcuno che ci rimette c'è: i cittadini. Ma non sono qui per questo? Quella nostra è una giustizia, si fa sempre per dire, fondata sul “campa imputato, che il reato si estingue”. Per cui, sempre tenendo presenti le ragioni impresentabili che stanno dietro, io sarei quasi tentato di accettare l'eterogenesi dei fini (o del Fini, nel caso specifico), contrabbandando l'impunità del Cavaliere con una macchina giudiziaria appena un po' meno scassata per il cittadino. Ma non m'illudo. Siamo allo sfasciacarrozze, ed ogni intervento, ammesso che venga introdotto, non può che infierire, lungi dal migliorare alcunchè. Troveranno comunque il modo di sabotarlo, anzitutto perchè a tutti i partiti preme questa impunità mascherata, non al solo Berlusconi; poi perchè un minimo di efficienza non conviene proprio a nessuno, in un sistema-Paese dove tutti si riempiono la bocca di formule vane come “merito”, “efficienza”, “qualità”. Io sfido chiunque a trovarne traccia in un ambito a piacere: lo sfascio è confortevole, deresponsabilizza, una democrazia alla rovescia, una democrazia negativa.
Prendiamo lo spettacolo, la cultura: non c'è teatrino, non c'è cartellone che non inneggi alla mitica qualità, dovesse pure imbarcare Corona, la Lecciso o Federico Moccia. Una qualità per autoinvestitura, sedicente, millantante, neanche più sublimata dalla quantità, come voleva l'Antidurhing, ma direttamente dalla quantità di denaro: è qualità tutto ciò che fa soldi, che smuove affari. E gli enti che dovrebbero sovrintendere, e nulla più, sono in realtà carrozzoni colonizzati dai politici, cioè dal regno della mediocrità, che decidono tutto, che pigliano mazzette per aprire ai rispettivi protegée i portoni dei teatri. Funziona così e non è un mistero per nessuno. Tecnicamente si chiama “mafia”, ma non sta bene dirlo, è più educato parlare di democrazia dell'alternanza o di rappresentatività.
Il problema è che la democrazia all'italiana, la curiosissima separazione dei poteri su cui si fonda, si risolve in un concerto d'interessi dove i controllati sono i controllori, e dove tutti sono dappertutto: giudici che fanno i politici (oltre che i letterati, i critici, gli showmen, eccetera), politici che determinano la giustizia, e via andare; è dunque un gioco a somma negativa, dove tutti vincono per perdere, e ciò che si vince sul piano personale non può compensare in alcun modo quanto si perde su dimensione collettiva. Berlusconi vuole imbavagliare la magistratura che ostacola Berlusconi, in una faida infinita che assurdamente divide l'opinione pubblica in “destra” e “sinistra”, il che significa svilire una situazione grave - la prevalenza ossessiva e totalizzante della politica, regolarmente in funzione corruttiva - ad una logica ultrà.
Per cui, niente paura: scassato era e scassato resterà, il trabiccolo giudiziario. Al limite, il nulla di fatto per troppa attesa si raggiungerà in due anni anziché otto o dieci o trentasette. Il che, in un certo modo, è perfino un progresso. Ma niente di nuovo sul fronte della nostra giustizia, che da decenni è una malagiustizia. E non si fa per dire.
Massimodelpapa


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. venerdì, 13 novembre 2009 . 00:20 .


DOVE SONO LE RISORSE?
La cronaca ormai è storia: quella dell'ennesima impresa da balordi targata rom. Ad Alba Adriatica, poco sotto il confine che divide le Marche dall'Abruzzo, una discussione per i soliti futili motivi degenera in rissa e un uomo di 37 anni, Emanuele Fadani anni finisce ammazzato a calci e pugni da tre nomadi ubriachi. I carabinieri in poche ore ne arrestano due: c'è lo zio di uno dei ragazzini arrestati appena tre mesi fa per avere ucciso a calci e pugni uno studente-lavoratore a Martinsicuro. Stessi luoghi, stessa crimine, stesso clan di delinquenti. Questa è gente che uccide, che non ci mette niente e sa farlo con la crudeltà delle mani nude. Adesso, ditemi: dove sono le risorse? E dove sarebbe lo Stato repressivo, il regime che opprime, che schiaccia la cultura rom? E in quale altro posto del mondo gente che ha ucciso resta fuori e nel giro di un mese uccide ancora? Contro il cinismo e la stupidità non c'è limite, altrimenti la sinistra avrebbe imparato dalle sue cazzate e non perderebbe più le elezioni proprio sul tema della sicurezza. Ma non ne posso più di sentire il cialtrone di turno predicare dall'alto del suo benessere che “non siamo capaci di accogliere i nostri amici rom”. Questa è gente che non sa cosa dice ed ha l'arroganza dei privilegiati che certa feccia non l'hanno mai neanche sfiorata. La facessero finita una volta per tutte.
Perchè la verità, piaccia o non piaccia, è che dai rom non viene niente di buono. Anche qui in giro ne abbiamo parecchi, e sappiamo benissimo che è meglio non averci a che fare. Sappiamo che vengono assoldati da chi ha conti da regolare, che per poche centinaia di euro ti massacrano o ti fanno fuori o fanno qualsiasi cosa venga loro chiesto di fare. Sappiamo che entrano nelle case, le svaligiano e sono pericolosi se ci discuti per strada. Altro che accoglierli come amici. A parte che non è necessario essere amici di nessuno, con buona pace di san Francesco e di Livia Turco, la tolleranza va guadagnata sul campo, in qualsiasi luogo e da parte di qualsiasi gruppo etnico. E questo è un gruppo che proprio, di integrarsi, non vuole saperne, anzi è del tutto contrario alla propria cultura. Quindi smettiamola di gridare al razzismo, smettiamola di delirare una buona volta e piantiamola pure con la retorica dell' “anche noi siamo stati emigranti”. Emigranti, appunto: non mine vaganti. Gente che arrivava, si sottometteva a leggi, usi e costumi di chi li ospitava, mandava giù anche i rosponi della diffidenza quando non del razzismo, e faceva di tutto per integrarsi, lavorando come muli. E se sgarrava, due erano le prospettive: o adattarsi alla punizione, e quindi reinserirsi; o insistere, e allora nascevano i clan mafiosi.
Qui invece siamo al delirio di chi pretende di farsi mantenere le proprie scorrerie, e trova pure cialtroni e farabutti peggio di loro disposti a sposarne le ragioni, in nome di cosa non si sa perchè ormai neppure i fanatismi ideologici soccorrono più, davanti a una simile casistica.
Prima un ragazzo di vent'anni, che reclamava la sua bicicletta dopo una giornata di lavoro come cameriere. Poi un uomo di trentasette, che doveva sposarsi presto. Un paio d'anni fa, sempre a pochi chilometri, quattro ragazzini falciati da un furgone. Tutti delitti provocati da rom pregiudicati e balordi. La morte è sempre ingiusta, in un certo modo, ma a volte accettabile per la sua fatalità o inevitabilità. Ma che siano quattro farabutti pulciosi a stroncare destini, futuro, famiglie, questo no, questo non si accetta. Non stiamo invitando nessuno a scendere in strada e farsi giustizia da sé. Anzi, rivendichiamo in pieno lo Stato di diritto anche per i rom, come per qualsiasi soggetto su questo suolo. Il che vuol dire norme chiare e punizioni esemplari senza privilegi nazionalistici di sorta. Ma lasciateci almeno dire che ci siamo rotti i coglioni; che no, una mattanza continua come questa non è giusto accettarla, subirla nella passività più miserabile, nella rassegnazione più italiana. Nessun Paese al mondo è moralmente amorfo come noi.
Massimodelpapa


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. mercoledì, 11 novembre 2009 . 00:20 .




LA RICETTA

Dicono che è un nuovo boom, che fa paura, ma non è così, non fa paura a nessuno la crescita costante, spiegabilissima, conosciutissima del consumo di cocaina dappertutto in Europa, con l'Italia stracciona a tirare (è il caso di dirlo) la volata. Non c'è trasmissione, spettacolo, messaggio in cui la droga, falsamente esecrata, non venga in realtà incoraggiata, iniettata goccia a goccia nel cervello collettivo senza sconti, senza eccezioni, dentro tutti, mocciosi, giovani, adulti, terza età, di tutti i ceti, di tutti i mestieri. Chi ha più il coraggio di dire che la droga fa male, che è un male in se'? Viene subito aggredito da cori di scherno, seppellito dai distinguo pelosi, dai se e dai ma intesi a ribaltare la prospettiva. Le conseguenze sociali vanno rimosse, delitti e suicidi vengono messi in conto, i ragazzini delle medie già tossici esperti non stupiscono nessuno, non si tocca “la cultura del rave” così come non si tocca il caos di internet che è il principale veicolo di trasporto delle sostanze, dei comportamenti irresponsabili. Per ogni giustificazione, per ogni statistica o analisi che alla fine vuol dire perdono ci sono i preti sociali alla don Ciotti, i don Mazzi che in parrocchia s'annoiavano e si sono inventati un mestiere a metà tra missione, business e setta. Gente che della realtà ha una lettura miope e incrostata, da provvidenzialismo fanatico e vagamente alienato.
La verità è che di droga la società dissociata ha bisogno non solo per tirare avanti, non solo per le proprie evasioni, ma per riconoscersi in quella che è. Uno sfogo ritenuto necessario, secondo una logica spiraliforme ma efficace: più lo stile di vita è insostenibile e più va sostenuto, più appare improponibile e più va reso obbligatorio. Dal Marrazzo che ai giudici che lo interrogano risponde “non so quello che facevo, ero imbottito di coca”, al Lucignolo o Grande Fratello di turno, è tutto un ridicolizzare gli inviti alla moderazione, un fomentare la cultura dell'eccesso, di cui si dice sia una cultura. La droga in sè è appena un simulacro, abbastanza noioso a dirla tutta, se anche un ragazzino sniffa, che trasgressione è? Ma il punto non è la trasgressione, è l'integrazione, rincoglionirsi vuol dire rendersi accettabili in un mondo di rincoglioniti, ridursi a conformisti, non sconcertare, non turbare la morale corrente con inutili e pericolose crociate. Farsi vuol dire collaborare al sentimento e all'economia nazionale e planetaria, il business dello spaccio rappresenta un mercato tendenzialmente infinito e allora perchè intralciarlo? Basta spingere sull'equazione “tutti drogati, nessun drogato”. La dose come formula magica, passepartout per farsi largo nella vita, per trovare il proprio posto in un mondo di drogati. I giornalisti e i commentatori che in questi giorni segnalano con accenti accorati la deriva cocainomane, sono gli stessi che da settimane difendono Marrazzo, per dire il potente di turno, con il seguente argomento: uno è libero di fare quello che gli pare, drogarsi per andare a trans non è un reato. Allora perchè prendersela tanto se i ragazzini o le commesse o i fornai o le casalinghe o i pensionati prendono nota?
Dice chi si arrende all'evidenza: se il consumo cresce a dispetto della repressione, rendiamo tutto lecito. Che è un po' come rompere il termometro con 40 di febbre, anche il consumo di alcoolici, che restano legali, cresce, incrementa le sue vittime, e le mafie, che la droga la controllano integralmente, non si arrenderebbero per così poco, le farebbero semplicemente sparire dopando il mercato.
Se 22 milioni in Europa, 4 dei quali in Italia, non possono fare a meno di bombarsi tutti i santi giorni e la ricetta è incoraggiarli, non si capisce perchè allora ostinarsi a proibire i pirati della strada, gli stupri e gli stessi omicidi, tutti comportamenti in crescita esponenziale. Dite che ammazzare uno, che stuprare qualcuno è male? Sì, ma chi può dire cosa è male, non siamo un po' tutti cattivi, non c'è il bene e il male dentro di noi? La società non è responsabile del nostro incanarglirci? Non bisogna peccare per capire, per potersi pentire e perdonare a vivenda? Non si fanno le ola, le standing ovation ai drogati celebri che dopo un'overdose, un ricovero in clinica si ripresentano alla ribalta più in sella che mai?
Anche della cocaina un tempo si diceva: fa male, è male. Poi si è detto che faceva male se rapportata al fumo che invece era buono in quanto di sinistra. Adesso si dice che ogni droga è male, però in fondo è bene. Con un po' di buona volontà, funziona anche per stupri, stragi, corruzione.
Massimodelpapa


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. martedì, 10 novembre 2009 . 00:06 .


I CAVOLI DEL REGIME
Il Muro è caduto, ma i muri sono ancora in piedi. A Cuba hanno massacrato Yoani Sanchez, la ragazza che con un blog ha messo in crisi il regime. Da noi non ci si è fatto caso perchè siamo troppo occupati a correr dietro alle recite di Saviano. Ma Yoani, senza scorta e senza piagnucolare, dà fastidio davvero per quello che racconta, al punto che le guardie di Castro la rapiscono, la mettono a testa in giù, la riempiono di botte e di insulti. La nostra sinistra marxista, pacifista e femminista dice apertamente che la Sanchez se lo merita, che è una puttana disfattista e antirivoluzionaria e meriterebbe di peggio. Quella sedicente riformista, stesso ceppo, finge di compiangerla ma non si dispera per quanto le è capitato, nel difenderla la accusa, trova modo d'infilarci una zeppa, ora il capitalismo, ora l'embargo, se è il caso Berlusconi, c'è sempre una strada per sviare il discorso, per salvare la capra Yoani ma soprattutto i cavoli del castrismo. Una condanna del quale, senza appello, senza “se” e senza “ma”, non si sente mai. Così come la solidarietà non pelosa, non capovolta dai distinguo ipocriti, per la povera blogger non si ascolta mai. C'è chi, appunto, si scioglie per Saviano e sputa sulla Sanchez, ma è comprensibile, uno è marxista, l'altra proprio no. Gianni Minà, amico di Castro, la chiama “la bloggera di moda”. Altri ne prendono più buonisticamente le distanze, ma si ha l'impressione che molti (finti) difensori di oggi, casomai cambiasse il vento, sarebbero i primi ad infierire. E mettono un senso d'insopportabile fastidio le oscene contorsioni di tanti ex comunisti che quel Muro l'hanno “contestualizzato” fino all'ultimo, ed oggi si scalmanano a proclamare che dal crollo cominciò una nuova era di libertà (per quanto, in fondo, le ragioni storiche, l'imperialismo, il capitalismo, il sogno, la fondamentale umanità del comunismo...). Diceva ieri la Lilli Gruber a Sergio Cusani, l'ex ladro di Tangentopoli finito chissà come a curare una retrospettiva sulla Berlino di là dal Muro: “Ma a chi interessano oggi queste cose?”. “A chi non vuole nascondersi dietro l'alibi dell'oblio, a chi è ancora in grado di farsi insegnare qualcosa dalla Storia”, le ha risposto Cusani.
Nessuno ha il coraggio di ammettere che nella tortura di Yoani non c'è niente di strano, che questo è stato il comunismo vero: repressione, tortura, azzeramento di ogni dissenso, privazione della dignità e di ogni libertà. Senza “se” e senza “ma”.
Massimodelpapa


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. venerdì, 06 novembre 2009 . 11:00 .


VIVA IL CAVALIERE: MA PERCHE'?
Siccome da tempo vado strapazzando la sinistra, e chi ha il cervello a schedario mi accusa già di essermi berlusconizzato, spero di avere le carte in regola tornando a criticare Berlusconi. Parto da un sondaggio dell'istituto americano Pew secondo cui, nell'area UE, il Cavaliere è il leader più gradito alle spalle della sola Angela Merkel. Il che mi lascia sbigottito: cosa ha fatto Berlusconi in quest'anno e mezzo per meritare tanto consenso? Ha gestito l'emergenza, strutturale ed economica, e anche dignitosamente: questo concediamoglielo. Ma finisce qui. Il Paese non è minimamente cambiato, ritardi e disservizi si incancreniscono, il debito pubblico, già stellare, è cresciuto ancora, la disoccupazione resta alta, le riforme attendono, i grandi mutamenti restano utopie, in particolare non si scorge quel cambio di passo, in funzione liberale, che Berlusconi non si stanca di annunciare. In America Obama ha da gestire una situazione infinitamente più complessa, e dopo appena un anno le prime elezioni locali già lo puniscono: eppure ha contenuto la deriva finanziaria, ha avviato un nuovo assetto di relazioni internazionali. Di Berlusconi in diciotto mesi è scaturita solo la propensione, del resto già nota ed ampiamente rivendicata dall'interessato, per feste e mignotte. Poco per volerlo rimuovere, come pretende una opposizione giornalistica demenziale. Ma troppo per continuare ad apprezzarlo. Uno che annuncia “se verrò condannato non mi dimetterò”, dovrebbe già far storcere qualche naso. Non incrementare i consensi, e va bene che siamo in un Paese dove la percezione della legalità è del tutto personalizzata e strumentale, ma insomma basta girarsi intorno per captare un disagio micidiale. Non crediamo negli uomini della Provvidenza, e neppure nello Stato etico che dovrebbe plasmare le coscienze; crediamo però in uno Stato che dovrebbe promuovere, in senso lato, etica, cultura, modernità, tutte cose che anche nel terzo avvento berlusconiano restano clamorosamente latitanti.
C'è semmai una continuità sconfortante nel peggio, e l'impressione è che Berlusconi abbia tutto l'interesse a coltivarla, pur di durare. L'unico motivo per cui continua ad essere “simpatico” a così tanta gente, lo si può andare a cercare nell'antipatia, al limite dell'insopportabilità, di chi gli muove guerra, in politica come nell'intellighenzia e nell'informazione, gente che pretende di fargli la morale e poi si scopre che è conciata peggio di lui.
Ma quello del “lui è peggio di me” è un gioco a somma negativa, perchè alla lunga nessuno vince e tutti perdono.
Tranne il Cavaliere, naturalmente.
Massimodelpapa


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. giovedì, 05 novembre 2009 . 00:07 .




MORIRE PER VIVERE

Alla fine della settimana arriva il sabato e bisogna uscire, perchè restare tappati in casa anche quel pomeriggio lì è troppo squallido. Ma faceva freddo, pioveva, i paeselli dei dintorni erano più morti del solito e così, per non farci mancar niente, siamo andati a chiuderci in un centro commerciale. Abbiamo proprio toccato il fondo, visitando tutti i negozi dove non potevano comperare niente, ma del resto quasi nessuno comprava niente e la roba era più dozzinale che mai. Ma niente paura, che la crisi è passata. Prima di uscire, mia moglie ha avuto un'idea maledetta: “Giochiamo una schedina del win for life!”. Ero così distrutto che l'ho assecondata senza opporre resistenza. Ci siamo messi in fila in mezzo ad altri disperati come noi, gente brutta, triste, vestita di stracci, di una rassegnazione feroce, le messe in piega fatte in casa, le barbe chiazzate e malrasate, le occhiaie di chi sogna senza dormire, aliti cipollati, eravamo tutti delle povere merde umane. Ogni tanto una cassiera senza faccia si alzava e andava ad aggiornare il tabellone delle estrazioni, perchè col win for life si vince a tutte le ore. Lì ho capito che la traduzione esatta non è “vinci per la vita” ma “vinci per vivere”. Naturalmente non vince mai nessuno, giusto qualche spicciolo da subito reinvestire in nuove giocate e così diventi un tossico di lotterie. Una dose due euro, costa pochissimo ma ingenera una dipendenza micidiale. Le hanno dato il suo tagliando coi numerini e mia moglie con un sorriso straziante ha detto: se vinco, ballo sul tavolo. Io volevo ammazzarmi.
Massimodelpapa


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. mercoledì, 04 novembre 2009 . 11:01 .


CRISTO SUL MURO
Fuori il croficisso dalle scuole, ha detto la Corte europea dell'uomo di Strasburgo, nientemeno. Confermando che Corte non è per forza sinonimo di saggezza, anzi spesso lo è di vista corta, di miopia. La Corte europea eccetera eccetera, nel nome del laicismo compie una operazione profondamente militante, cioè non laica, non libertaria: proibisce, elimina in nome della libertà, approdando con tutta la sua autorità ed autorevolezza ad un insignificante punto di partenza. E originando fatalmente polemiche di non eccelsa levatura, peraltro già esplose come un virus.
Il punto di partenza, si dice, è il laicismo, lo spirito laico. Una finlandese di origine italiana temeva che i suoi figli restassero turbati non da quello che anche loro vedranno e sentiranno sicuramente ad ogni ora in televisione, su internet, per strada (se andasse a Napoli, la signora dovrebbe chiedere alla Corte di abolire gli omicidi da caffè). No, i figli italo-finnici sono, giura la mamma, disturbati da un uomo in croce, che non faceva del male a nessuno. Concediamolo. Però non in nome della laicità, quanto in quello del compatimento per una esaltata caccatrice di gloria (l'ha avuto, il suo quarto d'ora), presa sul serio da una Corte che evidentemente non ha di meglio da fare.
Ci sono situazioni in cui personalizzare è particolarmente odioso, ma allo stesso tempo inevitabile perchè sono casi di cronaca che originano casi di coscienza con cui ciascuno è chiamato a confontarsi, svelando senza reticenze la propria posizione. La mia è quella del laico, non praticante, forse neppure credente, ma non sordo a prospettive, a interrogativi che lo tormentano, e meno male, come uomo.
Io, dunque, sento un gran fastidio per i festival del misticismo grondanti sangue e milioni, e non sento particolare necessità del crocifisso sul muro dell'aula. Senonchè staccarlo mi suona in partenza pretestuoso, proprio perchè è troppo facile rimuovere un uomo inchiodato, che non può difendersi, che non ricatta nessuno, che non obbliga nessuno a niente. Troppo facile, perchè quel Cristo è uno specchio nel quale anche chi non gli crede finisce, prima o poi, per riflettersi. La sofferenza, come la morte, ci riguarda tutti, e sfuggirle non serve ad evitarla: quando lei vuole, ci trova. Ma, fin qui, siamo nelle voci della coscienza e, per chi crede, nel foro interno della fede. Se invece se ne fa un fatto politico, torno a ribadirlo: da laico, io non avrei tolto. Avrei aggiunto. Esiste una bellissima minatura di Gesù e Maometto che, a dorso di mulo, cavalcano fianco a fianco verso una meta sconosciuta ma evidentemente comune. Ecco, il senso per me, laico, sta qui. Considerando che oggi le scuole sono contenitori di umanità, e che un simbolo religioso può penalizzare bambini legati ad altre religioni, io non avrei staccato. Avrei trasformato quel muro in un murale colorato, pieno di tante figure quante sono le religioni presenti nelle scuole. Lo avrei fatto fare ai bambini, chiamandoli a disegnare la loro idea del Divino: perchè scoprano che le forme possono essere tante, diverse le leggende, ma la direzione è unica: e nessuno la conosce. Perchè capiscano che una fede (o l'assenza della medesima) non è un dogma da imporre con fanatismo e violenza, ma un complesso di convinzioni, di tradizioni, di rituali, di questioni che ci distinguono e ci collegano; e che possono, debbono convivere, senza pretesa di assolutezza, di prevalenza. Impareranno comunque a rispettare istintivamente, ed eventualmente dal di fuori, questi sistemi strutturati che chiamiamo religioni, cui non possono sottrarsi perchè concorrono a determinare (così come, nei nostri tempi globalizzati, a mettere in crisi e a ridefinire) la loro percezione della società e la propria cultura (poi avranno tempo di scoprire Durkheim e Levi Strauss, scomparso proprio ieri).
Per me, questo è fare scuola. Questo è essere laici. Non staccare un povero Cristo dal muro, correndo magari in convento o a genuflettersi dal prelato di turno non appena conviene.
Massimodelpapa


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. venerdì, 30 ottobre 2009 . 10:11 .


MONDO TRANS
Con tutti i problemi che ha questo Paese, bisogna perdere tempo a trastullarsi coi fantastici viados, alla scoperta del meraviglioso mondo trans. Che non è poeticamente disperato come nei film o svaccato come in un reality pornografico in cui il diverso è svilito ad attrazione consumistica. Io lo conosco, il mondo trans, però non da utilizzatore finale come qualche sostenitore PD, la monetina in mano. L'ho bazzicato da cronista giudiziario che, per di più, abitava (per 16 lunghi anni) in un quartiere-discarica lungo la costa, popolato quasi esclusivamente da mafiosi a soggiorno obbligato, tossici, spacciatori e, appunto, mercenari del sesso. Ne ho conosciuti e raccontati tanti. Ho imparato presto a evitarli, perchè erano pericolosi fisicamente, se ti beccavano in macchina, quando uscivano in tre o quattro per andare a battere, eri finito. Ho visto più di un incauto finire massacrato da loro, dai loro bicipiti da uomo, dai loro tacchi a spillo in ferro, uno ancora si trascina per Porto san Giorgio con lesioni permamenti dopo essere stato infilzato alla testa. Ho raccolto gli sfoghi sconvolti di chi abitava a fianco a queste false donne nerborute, e ormai aveva rinunciato del tutto all'idea di poter dormire: risse, urla, feste, visite ad ogni ora della notte, e poi dispetti, aggressioni, intimidazioni. Il mondo trans non è un paradiso esotico, è un satellite della criminalità più sordida, controllato dai racket e i transessuali a loro volta reclutano e schiavizzano, si pongono come anelli di congiunzione della catena malavitosa. La sfera sessuale, benchè esasperata, è l'ultima delle loro attività, che spaziano dal traffico di droga, al riciclaggio, agli espedienti più incredibili per sopravvivere. Non c'è altro che pericolo, alienazione, squallore e violenza nel mondo trans. Hanno soppiantato quasi ovunque la vecchia prostituzione, sono più duri, più estremi, sono gente abituata fin da giovanissima alla lotta per la sopravvivenza ad ogni costo e con ogni mezzo: non viedos, cerbiatte, ma viados, sbandati .Provengono dai vicoli di Napoli o da Paesi sudamericani dove vengono espressamente allevati come marchettari, e quando sbarcano in Italia sono già pronti a tutto.
Porto con me tante vicende trucide, che ho dovuto narrare: quella di un femminiello trovato con la gola tagliata e la testa quasi staccata dal collo, una mattina livida di novembre, in un fosso a due passi dalla statale di Porto sant'Elpidio. Quella di un altro femminiello, crivellato da colpi di punteruolo, cento esatti, ridotto un colabrodo, il cadavere abbandonato su un divanetto di un lurido minialloggio di Lido 3 Archi. Due morti senza giustizia, i colpevoli non furono mai trovati. E poi le risse feroci, come quella fra altri due femminielli, sempre a Lido 3 Archi, uno che finisce contro un portone a vetri e uno spuntone gli recide la femorale: muore dissanguato in pochissimi minuti, di lui resta solo una pozzanghera rossa sul marciapiede. Attraversare, sia pure di riflesso, storie così crudeli, non è come raccontarle.
Ho anche vissuto, l'ho già scritto, il caso di un caro amico, che con me e mio fratello condivideva un destino ingiusto e inspiegabile, lui pure precipitato dalla vivacità di Milano alle oscurità desertiche di un ricettacolo in riva al mare. Per qualche anno l'abbiamo protetto, quell'amico un po' più debole, meno attrezzato di noi alla vita. Poi i trans gli hanno messo gli occhi addosso, ed è stata la fine. Lusingato dalle attenzioni che non riusciva ad avere da nessuna ragazza, ha ceduto subito davanti alla corte asfissiante di sirene micidiali. L'abbiamo visto cambiare, in fretta, mentre s'incrostava e si distruggeva. Ci ha lasciati quasi subito, ci evitava e per molto tempo abbiamo creduto fosse una distorsione della sua personalità ormai mutata. Invece ci stava proteggendo: era finito nel vortice e non voleva coinvolgerci. Una volta mi ha perfino salvato la macchina da un attentato. Ormai non viveva più in casa sua, con la famiglia, era diventato lo schiavo, in tutti i sensi, di un clan. Mi è anche toccato spiattellarne sul giornale le vicende, i processi, cercando per quanto possibile di salvarne la riservatezza. Si è ammalato, e alla fine non lo riconoscevamo più. Una sera, incontrandoci, ci ha detto: state lontani da me, io ormai sono irrecuperabile, io non ne esco vivo.
Invece, dopo anni di umiliazioni, galera e sentenze, è riuscito a staccarsi. Adesso non è più il ragazzino un po' troppo semplice, e neppure il giovane debosciato preda delle sirene. È un uomo consapevole, pieno di comprensione, ha uno sguardo che non gli conoscevo, quello, profondo e sereno, ma vagamente ferito, di chi ne ha viste troppe e non ha più voglia di condannare nessuno. Però è anche stufo delle fregnacce di chi pontifica su mondi di cui non ha alcuna esperienza, se non, a volte, la facile trasgressione di un quarto d'ora. Sta ancora ricostruendosi, ma sa bene che non finirà mai, che certe piaghe nell'anima, oltre che nel fisico, non guariranno mai. È passato per il mondo trans ma non era un film, era l'inferno.
Massimodelpapa


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. mercoledì, 28 ottobre 2009 . 15:50 .


COL CONDIZIONALE
La Corte d'appello di Milano ha sospeso in via provvisoria l'efficacia della sentenza che aveva condannato Fininvest a pagare una penale di circa 750 milioni alla Cir in relazione alla sentenza del lodo Mondadori. Lo si apprende da una nota Fininvest. "Fininvest - si legge nel comunicato - informa che il presidente della Seconda Sezione della Corte d'Appello di Milano, con provvedimento inaudita altera parte, ha oggi disposto, in via provvisoria, la immediata sospensione dell'efficacia esecutiva della sentenza emessa dal Tribunale di Milano il 3 ottobre 2009 nella causa Cir/Fininvest e ha fissato al primo dicembre l'udienza in Camera di Consiglio per la decisione definitiva sulla istanza di sospensione presentata da Fininvest".
Abbiamo capito, anzi avevamo capito fin dall'inizio. A questo servono i conflitti d'interessi, risolti in concerti. La magistratura condanna l'industriale, il presidente del Consiglio protesta, la magistratura sospende “inaudita altera parte”. E qui non si parteggia per nessuno, anzi ci si sottrare con fastidio al demenziale tifo per cui se paga Silvio industriale la sentenza (e la toga) è di sinistra e se invece non paga Silvio premier la sentenza (e la toga) è di destra. Qui ci si limita a constatare che, se mai “la giustizia è uguale per tutti” (e non lo è mai), questo non è davvero il caso. Vogliamo scommettere che la megamulta alla Fininvest alla fine evaporerà in un condono, una sanatoria, una rateizzazione, un tarallucci e vino? In Italia le sentenze, quando riguardano un potente (e quasi tutti sono potenti in Italia), non vanno prese alla lettera. Ma come un reality. Perciò, che senso ha scaldarsi tanto? Si dirà: la magistratura avrebbe condannato a tale pena il signorotto di turno, se non fosse un signorotto. Del resto, si sa che da noi la legge coi povericristi si applica, e coi padreterni si interpreta.
Massimodelpapa


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